Il 16 gennaio 2021 chiude il quotidiano “Trentino”.

Il 18 febbraio 2021 Facebook blocca la condivisione di notizie in Australia.

Due notizie fisicamente agli antipodi ma molto vicine l’una all’altra che mi hanno molto colpito.

Sulla chiusura del quotidiano il Trentino, diretto dal bravissimo Paolo Mantovan, è già stato scritto di tutto. Quello che mi lascia più perplesso è la dichiarazione che la testata rimarrà soltanto “online“. Benché io sia una persona che da anni vive e lavora nel mondo virtuale mi spaventa molto quest’ultimo aspetto legato al mondo dell’informazione. Per sopravvivere online una testata ha bisogno di vendere gli accessi a pagamento oppure vivere di pubblicità. In entrambi i casi ha bisogno di farsi conoscere per ampliare la propria utenza e per farlo ha bisogno dei social network e qui ci si imbatte, secondo me, in un bel problema.

Problema che nasce dalla natura stessa dei social. Facebook non esiste per fare un servizio sociale, esiste per fare soldi e per farlo fa di tutto perché ognuno di noi passi più tempo possibile su di esso.

Le pagine di Facebook, quelle che usano proprio le testate giornalistiche, hanno un algoritmo che si basa principalmente sulla misura del coinvolgimento (engagement) per essere viste dagli utenti che seguono la pagina.

Cosa significa?

In pratica se una pagina ha 10 mila followers e pubblica un post, tipicamente un link al proprio sito, questo viene visto da circa il 5/10% degli utenti. Se questi utenti hanno delle reazioni (likes, cuoricini, musi o altro) e/o commentano il post aumenta in proporzione la propria visibilità per raggiungere sempre più utenti e così via.

Questo è il pricipale motivo per cui gli “snippet” ovvero i titoli degli articoli postati sono creati ad hoc per suscitare reazioni negli utenti. Il famoso discorso del clickbait ovvero acchiappaclic.

Perché questo avviene?

Come detto prima Facebook è una macchina per fare soldi. Volete che il link al vostro sito sia visto da più gente possibile? Beh o pagate o decido io (FB) se e come questo deve essere visto. Facebook aumenta le visualizzazioni di un post o a pagamento o a seconda del numero di interazioni. In ogni caso ci guadagna, nel primo caso direttamente, nel secondo perché gli utenti sono spinti a passare più tempo sulla piattaforma e di conseguenza ad aumentare il valore della stessa.

Per i social media non è assolutamente importante la tipologia di interazione o il valore negativo o positivo del vostro commento, l’importante è l’interazione in se.

Per esempio Youtube che ha oltre al pulsante like anche il pulsante dislike da ad entrambi lo stesso valore in termini di peso per l’algoritmo. Se ci pensate ha anche un senso, mentre per noi significa bello o brutto per l’algoritmo di Youtube significa che quel video è in grado di scatenare reazione e far rimanere più tempo la gente sulla piattaforma.

Lo stesso vale per i commenti di Facebook. I tanto declamati “leoni da tastiera”, “haters”, ecc. fanno esattamente il gioco contrario a quello che vorrebbero fare. Più commentano, più l’algortimo fa aumentare le visualizzazioni. Difatti, se ci fate caso, i post negativi non vengono quasi mai moderati o cancellati perché i social media manager delle pagine sanno benissimo che giocano a loro favore. È la applicazione pratica de “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”.

Di fatto però questo comporta che non è più la qualità dell’informazione a contare ma solamente quanto questa sia in grado di coinvolgere gli utenti. Mi è anche capitato di vedere titoli scritti con errori ortografici per il solo scopo di generare reazioni.

Ecco perché sui social media vediamo un continuo proliferare di articoli di basso livello giornalistico. Il giornalismo “social” segue o meglio deve seguire regole diverse che non sono affatto un bene per noi lettori.

Chi segue una certa onesta d’informazione non viene premiato rispetto a coloro che usano mezzi con il solo scopo di aumentare il coinvolgimento degli utenti. Già perché per chi lavora sui social il metro del successo del proprio lavoro è proprio il numero statistico del coinvolgimento ovvero reazioni e commenti.

Se per un giornale cartaceo il metro è il numero di copie vendute sui social e sul web in generale è il numero di visualizzazioni/reazioni/coinvolgimenti.

Il problema è che, come dicevo prima i coinvolgimenti non sono dettati dalla qualità. È sotto gli occhi di tutti il fatto che i titoli degli articoli siano spesso e volentieri completamente diversi da quello che poi è il contenuto dell’articolo o, nella migliore delle ipotesi, sottolineino solo un aspetto dell’articolo stesso. Va poi anche considerato che la maggior parte delle persone non legge l’articolo ma si limita al titolo. Maggior parte dei commenti che seguono derivano dalla sola interpretazione del titolo e dei commenti stessi. Il senso della notizia alla fine si perde o viene completamente distorto.

Per questo che l’informazione “a gratis” non può e non potrà mai essere pari ad una informazione a pagamento che non deve sottostare a regole e logiche dettate da grosse piattaforme come Google, Facebook, ecc.

Ovviamente ci sono delle eccezioni ma rappresentano dei casi sporadici.

Per questo che la chiusura di un giornale “vero” non può che farci preoccupare.

Personalmente sono abbonato alla versione digitale dell’Alto Adige più che altro per supporto verso questo tipo di giornalismo.

Se a queste considerazioni, ovviamente di carattere personale, vado ad analizzare la notizia che Facebook in Australia ha bloccato la condivisione di link dai siti di notizie, il quadro che si va a delineare diventa molto preoccupante.

Inannzitutto perché Facebook ha preso questa decisione?

Per via di una bozza di legge che impone alle piattaforme digitali (Google, Facebook, ecc.) di pagare gli editori per la condivisione dei contenuti. Strada che ritengo corretta in linea di principio ma il punto è un altro.

Facebook per contestare ha bloccato la condivisione degli articoli dei giornali e questo ci fa capire come non si possa delegare la possibilità di informarsi all’arbitrarietà di aziende private.

Stiamo finendo sempre di più nelle mani di questi colossi e nella loro arbitrarietà di scelta. Loro si nascondono dietro le famose “condizioni d’uso del servizio” che nessuno legge e capisce, sulla apparente gratuità del loro servizio e su ciò che loro considerano un servizio sociale della piattaforma stessa.

Non so quali possano essere le possibili soluzioni, non è il mio mestiere ma da comune cittadino sono molto preoccupato per questi risvolti. Gli scenari distopici che si possono intravedere non sembrano più tanto tali.

Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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