Lo spettacolo Elvira di Toni Servillo, in scena nella stagione 2019/2020 del Teatro Stabile di Bolzano è un sapiente gioco di scatole cinesi.

Ma soprattutto è un emozionante pezzo che racconta della magia del teatro, della magia della recitazione e soprattutto della difficoltà dell’attore nell’interpretare la propria parte.

Ma vediamo prima la storia.

Siamo nel 1940 in Francia. Il maestro/attore Luis Jouvet tiene delle lezioni ad una sua allieva Claudia su come interpretare la parte di Elvira in una scena del Don Giovanni di Molière (atto IV scena 6).

Fatti accaduti realmente e nel 1986 Brigitte Jaques-Wajeman ne trasse l’opera teatrale Elvire Jouvet 40 basandosi sulle trascrizioni delle lezioni fatte fare dal maestro Jouvet durante le proprie lezioni.

Quello di Toni Servillo è un testo basato proprio su quest’opera.

La scena è scarna perché ci troviamo in un teatro ed assistiamo a delle prove. La prima fila di poltrone fa parte di questa scena che si stacca dalla classica ambientazione teatrale. 4 attori, una voce fuori campo separa le 7 lezioni che si svolgono in un arco temporale che va da febbraio a settembre 1940 periodo in cui inizia l’occupazione nazista in Francia.

Pertanto abbiamo attori che recitano la parte di attori che recitano una parte, ecco le scatole cinesi.

Toni Servillo interpreta il maestro Jouvet che impartisce lezioni a Claudia, interpretata da Petra Valentini, che interpreta Elvira.

Il testo recitato da Servillo è magistrale. Ogni sua frase meriterebbe essere citata e usata in un ipotetico manuale del bravo attore e forse non solo.

Servillo interpreta la parte con una naturalezza esemplare.

Vi dico una cosa essenziale. Ogni volta che avete la sensazione che una cosa venga facile, parlo di una cosa ottenuta senza sforzo, questo non è bene. L’esecuzione di una parte, quale che sia, comporta sempre qualcosa di difficile, di doloroso.

In Petra Valentini si sente l’enorme difficoltà nel ripetere di continuo la stessa parte, ovvero l’Elvira di Molière, con un crescendo di abilità grazie al paziente lavoro di Jouvet. Non oso neppure immaginare quanto debba essere difficile questo suo duplice e mutevole ruolo. L’allieva che lentamente evolve, si sente il tono di voce cambiare, il pathos dell’interpretazione farsi sempre più intenso, i movimenti stessi che maturano velocemente per noi, ma che durano mesi nella realtà.

In questo spettacolo ci viene narrato della difficoltà dell’attore di estraniarsi (Claudia è un ebrea in periodo di occupazione nazista) dalle proprie emozioni e interpretare una parte con una emozionalità del personaggio totalmente diversa dalla propria.

Secondo me uno spettacolo che andrebbe fatto vedere come primo spettacolo a chiunque si avvicini al mondo del teatro sia come spettatore che come attore.

Spesso non si pensa a quanto sia difficile il mestiere di interpretare una parte. Per farlo bene è necessario saper gestire le proprie emozioni e farlo quando queste sono già sconvolte per altri motivi (la guerra) è ancora più difficile.

La tecnica che non viene dal sentimento crea banalità.

In conclusione un opera che mi è piaciuta moltissimo, vuoi anche perché io adoro il ruolo dell’attore, l’immedesimarsi, la mimica e soprattutto l’uso della voce per esprimere emozioni, sentimenti. I tanti anni passati alla radio come speaker radiofonico mi hanno insegnato che usando anche solo la voce si può essere chiunque, cambiare personalità essere diversi da ciò che si è.

Elvira comunque va oltre e questo mi ha affascinato. Ancora una volta non posso che confermare che queste nuove stagioni del Teatro Stabile di Bolzano di Walter Zambaldi offrono dei pezzi unici e rari da assaporare lentamente. E’ la prima volta che penso che mi piacerebbe rivedere lo spattacolo e magari armato di taccuino per poter annotare i bellissimi testi di Servillo/Jouvet.

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