La Meraviglia di Andrea Castelli, un monologo se non fosse che sono in due. Lui che colma la scena come un fiume in piena e Emanuele Dall’Aquila che regala con la sua chitarra elettrica la base/colonna sonora di questo tuffo nel passato per tutti coloro che, come il sottoscritto, sono affetti da una sorta di sindrome di Peter Pan. Il bravo Dall’Aquila sembra realmente il personaggio che interpreta. Un musicista dal passato oscuro che vive abusivamente negli scantinati di un teatro che altro non era che il vecchio teatro.
Castelli rappresenta se stesso come un artista a fine carriera che viene dimenticato in teatro rimanendo chiuso con il Dall’Aquila abusivo col quale passerà la notte raccontando vecchie storie. La definisce lui stesso una situazione come il “Canto del Cigno” di Anton Chekhov.
Il Teatro Gries si presta molto bene a questa ambientazione (stavo per scrivere “locascion”). Vuoi anche perché personalmente mi riporta ai tempi di gioventù quando lo frequentavo in quanto abbonato alla stagione teatrale. Si sa i ricordi di gioventù sono sempre speciali. Proprio intorno a questi si muove “La Meraviglia“. Per usare un pezzo di racconto dello stesso Castelli sono delle “filmine” ovvero dei fotogrammi di un film della nostra vita passata. Fotogrammi che Castelli dipinge con attenzione, nostalgia ed emozione. Egli sottolinea la semplicità, l’ingenuità e l’emozione che regalavano tutte quelle piccole e grandi cose che hanno caratterizzato quella che per molti sarà stata l’infanzia, per altri la pubertà o l’adolescenza. Per alcuni forse solo il ricordo dei genitori o dei nonni. Già i millenials e i post-millenials potrebbero avere qualche difficoltà a capire queste “filmine”. Ma chi lo capisce, chi c’era, non può fare a meno che emozionarsi ascoltando il racconto di Castelli che con la sua consueta, ma mai banale, ironia riempie la scena di personaggi, suoni, rumori e situazioni che puntano dritto al cuore.

No, non è un opera nostalgica, di un artista vissuto che si rivolge ad un pubblico maturo. E’ la storia di quel bambino che c’è dentro ognuno di noi, se lo lasciamo emergere. Divertirsi con poco, sballarsi con un fungo, le zie (molto dark punk) come memoria storica prima che ci fosse Google, dire culo, pisello come se non ci fosse un domani convinti di commettere chissà quale peccato, giocare con il vapore di una locomotiva dall’alto di un cavalcavia…oggi i giovani per divertirsi hanno bisogno di eccedere, tirano sassi dai cavalcavia, si sballano con droghe pesanti, usano i social per farsi una cultura e usano un linguaggio che al confronto culo e pisello sembrano due benedizioni.

Dietro alla nostalgica messa in scena di Castelli c’è molto di più. C’è il fantasma della vacua società moderna. Non è mai presente nelle parole ma è saggiamente citato indirettamente in tutta l’opera.
Non sono né bigotto né nostalgico, amo la modernità, amo le cose nuove, amo il web, amo la musica moderna ma i miei valori sono quelli di una volta forse anche per questo apprezzo molto di più il poco che questo mondo sa regalare. Diversamente oggi i giovani hanno bisogno di più per sentirsi vivi e spesso questo di più non arriva. Sono pieni di amici sui social ma sono soli nella vita reale. Spesso non sanno più quel è il confine tra finzione realtà. Vivono una finzione, danno like per avere like, in un dou ut des sterile e senza fine.

La Meraviglia di Castelli è solo apparentemente una opera leggera. Dietro una acuta ironia c’è un messaggio molto forte. Ne esci sì divertito ma soprattutto carico di spunti di riflessione.
…e una gran voglia di urlare a squarciagola culo culo pisello pisello.


Entra e fatti un bagno caldo
C’è un accappatoio azzurro
Fuori piove, è un mondo freddo

Paolo Conte

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