La didattica a distanza o DAD è una forma di didattica effettuata tramite strumenti informatici che nel periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza del Coronavirus COVID-19 è stata adottata in diverse forme da diverse scuole per cercare di dare una continuità al programma scolastico bruscamente interrotto e non solo.

Come tutte le cose nuove la didattica a distanza sta suscitando numerose discussioni e polemiche da parte di tutti.

Personalmente vivo la questione da tre punti di vista:

Il primo quello di genitore in quanto ho un figlio che frequenta la prima media e una figlia che fa l’ultimo anno di superiori.

Il secondo quello di insegnante in quanto tengo un laboratorio di video con gli studenti delle medie.

Il terzo come consulente tecnico per l’implementazione dei software DAD di Google for Education.

Posizioni spesso in contrasto l’una con l’altra.

Partiamo dal punto vista del genitore e qui parlo per me ma anche raccogliendo le numerose criticità emerse da amici e conoscenti. La quarantena per Coronavirus ha imposto una forzata immersione del genitore in quello che è il percorso formativo. Se prima il ruolo del genitore era quello di aiuto e supporto nei compiti del figlio, ora è tutto cambiato. La didattica a distanza richiede, soprattutto per i più piccoli (dalla prima elementare alla seconda/terza media) un mutato ruolo del genitore. Il ruolo passivo di prima, ti porto e ti riporto da scuola, diventa improvvisamente attivo in quanto il bambino ha bisogno di supporto tecnico/logistico di un adulto (presenza) per partecipare alle lezioni.

Qui faccio una breve parentesi per identificare, secondo il mio punto di vista, due forme di didattica a distanza: passiva e attiva. Per passiva intendo quando al bambino viene inviato del materiale da studiare e successivamente un compito da fare mentre per attiva quando si partecipa ad una videolezione.

Nel caso della passiva il genitore deve scaricare il materiale (inviato via email o altre piattaforme online, nel mio caso Nuvola di Madisoft), stamparlo, spiegare il da farsi, e quindi, una volta fatto il compito, scansionarlo o fotografarlo e reinviarlo all’insegnante, il tutto nei tempi prestabiliti. Manca una interazione con l’insegnante per cui spesso non è neppure facile interpretare l’esatto compito da svolgere. É comunque una cosa che il bambino non è in grado di fare da solo e che comunque richiede anche uno skill informatico e delle attrezzature ideonee. Non tutti hanno una stampante e/o un PC.

La didattica attiva invece è la vera e propria videolezione. Con diversi software appositi l’insegnante si collega con i ragazzi potendoli vedere e sentire. Anche in questo caso per il genitore è necessario predisporre un ambiente consono e una attrezzatura specifica.

Per una videolezione serve quantomeno un PC con una webcam. Funziona anche con smartphone e tablet ma se l’insegnante presenta del materiale didattico la visibilità di un grande schermo è ottimale. Su smartphone difficilmente si riesce a leggere se viene mostrato del testo. Gli smartphone a disposizione dei bambini, se non c’è un PC, sono tipicamente quelli vecchi e spesso non sono in grado di reggere la stabilità di una connessione in streaming e l’uso intensivo del video. Altro problema la connessione internet di casa che non sempre è adeguata. Le connessioni casalinghe oggi sono prestanti a livello di picco ma poche offrono una banda minima garantita che permette di reggere il flusso dati di una videolezione. Per non parlare del fatto che molte famiglie non hanno più la linea fissa e usano i pacchetti dati dei pacchetti di telefonia mobile. Si scopre così che i 50 Gb al mese, che prima sembravano tantissimi, ora non lo sono più.

Capita poi anche che se uno ha due o più figli le lezioni possano sovrapporsi e non sempre c’è la disponibilità di computer/smartphone/banda sufficiente.

Anche in questo caso comunque serve un minimo di intervento e assistenza genitoriale, non si può pensare di “abbandonare a se stesso” il bambino perché sono innumerevoli le problematiche da affrontare.

Di fatto, sia che si tratti di attività passiva o attiva il genitore si scopre dover dedicare parecchio tempo per la formazione didattica del proprio figlio e questa è una grossa novità. Tempo che oggi magari c’è perché un genitore è a casa per forzati motivi ma quando riprenderanno le attività lavorative non ci sarà più.

Quando si parla di non riapertura delle scuole a settembre si alzano numerose preoccupazioni da parte dei genitori proprio perché ci si è resi conto che la didattica a distanza non è come andare a scuola e come tale richiede un impegno di tempo notevole.

Ironicamente ci si rende anche un po’ conto di quanto sia duro il mestiere di insegnante perché non sempre è facile gestire il proprio figlio quando è su un banco seppur virtuale.

E’ chiaro che la didattica a distanza non è una soluzione ma un tamponamento di emergenza e pertanto come tale va affrontata. Semmai dovesse continuare sono molti i temi che vanno affrontati. A partire dalla dotazione tecnica. Se la scuola è un obbligo allora è giusto che i bambini siano dotati delle apparecchiature hardware ideonee per la didattica a distanza. Tablet e una connessione internet ideonea sono il minimo. Di certo non può essere una spesa a carico della famiglia.

Anche lo stare a casa va ripensato, nessuna famiglia oggi può permettersi di tenere un bambino/ragazzino a casa tutto l’anno. Nella maggior parte dei casi lavorano entrambi i genitori e in questi casi non si può certi pensare ai nonni, vuoi perché sono a rischio vuoi perché spesso non hanno le conoscenze tecniche per essere d’aiuto con la DAD.

Ipotesi? Francamente non ne ho di precise e credo che non sia facile formularne. Forse trasformare le classi in ambienti che permettano la distanza di sicurezza e attrezzarle per la didattica a distanza dove magari è l’insegnante ad essere a distanza. Un ambiente controllato dove gli alunni possano studiare, imparare ma limitando al minimo i contatti. Ricordo che nella mia scuola c’era il laboratorio linguistico che era composto da postazioni isolate l’una dall’altra come in un ufficio open space. Ognuna era dotata di registratore a cassette, cuffie e microfono. Una visione un po’ futuristica ma forse neanche tanto.

Da un punto di vista di un genitore la didattica a distanza non è semplice e lo sarà ancora meno quando riapriranno le attività lavorative. Se da un lato però i dubbi e le perplessità sono giustificati meno lo sono le pesanti critiche che spesso sento levarsi da più voci. Sfoghi certo, ma pochi considerano che questa situazione ha colto tutti impreparati e non è facile trovare soluzioni in poche settimane. Secondo me è stato fatto molto, non in maniera perfetta ma in pocho tempo l’attività didattica ha potuto riprendere, non come prima ma quanto basta per dare almeno una sensazione di continuità.

Ma veniamo al punto di vista dell’insegnante.

E’ chiaro che la didattica a distanza è una gran cosa ma di fatto è una terminologia non proprio corretta. Non lo è perché quello che fino a ieri veniva compreso nel termine “didattica” è un insieme di pratiche pensate e ottimizzate per un rapporto di vicinanza. Non basta aggiungere il termine “a distanza” per pensare di aver risolto tutto.

La didattica a distanza va ripensata completamente dalla didattica tradizionale. Non vanno bene i metodi, i libri, gli strumenti, insomma nulla si adatta a questa nuova metodologia di insegnamento. Se fino a ieri eri abituato a insegnare in un certi modo ora ti ritrovi a scoprirti quasi incapace del lavoro che fai. Ma non è colpa tua è colpa del metodo. Provate a prendere un pilota di formula 1 e mettergli in mano una Playstation con cui non ha mai giocato e fargli fare una corsa virtuale di auto. Sicuramente verrebbe battuto da un qualsiasi ragazzino senza patente ma gran esperto in videogiochi.

Così si sente un insegnante, spiazzato e confuso. Nella didattica a distanza manca l’elemento principale, il contatto umano, la presenza. Il capire se un alunno segue o meno, se apprende o meno, anche solo guardandolo. Una videolezione è un arma di distrazione di massa. In un ora, i primi 10 minuti (se bastano) si perdono con i “mi vedi?”, “mi senti?”, “non ti vedo”, “ti vedo ma non ti sento”, ecc. Segue una serie di problematiche tecniche che il docente si trova a dover fronteggiare spesso senza averne le capacità. Pensate a tutti gli insegnanti che, vuoi per età o per scelta, fino ad oggi non hanno mai avuto un computer o uno smartphone e no, non è una ipotesi assurda. Forse non ci si pensa ma c’è ancora gente che usa i libri e non Google. Di colpo, oltre a dover imparare uno strumento nuovo, si deve anche improvvisarsi tecnici perché bisogna aiutare i ragazzi ad usare un software nuovo. Certo loro apprendono velocemente ma non tutti.

Ma è comunque la didattica in sé che va ripensata per poter funzionare a distanza e non si può certo pretendere che la si sviluppi e la si applichi in poche settimane.

Io stesso, che tengo un laboratorio di videomaker, che di per sé è una materia altamente tecnologica, mi trovo in difficoltà a interagire con i ragazzi perché manca la presenza e la partecipazione attiva. Se prima facevamo video insieme, simulavamo scene dal vivo, ecc. ora mi ritrovo a inventarmi nuovi modi per fare le stesse cose che facevo prima. Non è facile, credetemi. Se prima per un ora di lezione mi serviva 1 ora di preparazione ora me ne serve il doppio per pensare a come riuscire a spiegare quella parte di programma che devo svolgere.

E io sono uno che conosce bene tutta la parte tecnologica, figuratevi le complessità per chi non ha questo know-how.

Tra genitori e insegnanti si è comunque creato molto malumore, gli uni vicendevolmente ciechi verso le problematiche degli altri.

Quello che è stato fatto fino ad ora non è perfetto e di certo non è il futuro ma è moltissimo in relazione al poco tempo disponibile. E’ richiesta molta collaborazione da parte dei genitori che diventano attori attivi nel flusso didattico. Gli insegnanti si trovano di fronte a sfide nuove e spesso a problemi mai affrontati.

Se una cosa è mancata di certo lo è la vicendevole comprensione delle problematiche.

Per ultimo il punto di vista del nerd che in tutti questi strumenti informatici ci sguazza felice come un bambino in una pozzanghera.

La tecnologia gli strumenti li ha tutti per la didattica a distanza. Software per fare videolezioni ce ne sono innumerevoli. Non tutti però possono essere adottati.

Ho sentito genitori brontrolare dicendo “ma perché non usate questo piuttosto che l’altro”.

Partiamo col dire che in realtà sono pochi gli strumenti ufficiali approvati da MIUR.

Google Suite for Education è uno di questi. Può essere implementato ufficialmente da qualsiasi scuola perché ottempera ai requisiti di privacy richiesti dal Ministero. Zoom e/o altre piattaforme NO.

Dopo la prima settimana di chiusura delle scuole e mentre molti genitori “brontolavano sui social” domandandosi cosa fa la scuola, lo stato, il ministero, ecc. ecc. io mi sono domandato cosa posso fare io per la scuola. Conosco bene la Google Suite e da anni utilizzo strumenti simili così mi sono offerto volontario per dare una mano alla scuola. Così in una settimana insieme ai referenti informatici della scuola si è partiti con una sperimentazione e successivamente sono state attivate le lezioni a distanza. Ho tenuto dei webinar per gli insegnanti per le indicazioni di base. Io stesso sono rimasto stupito dalla enorme disponibilità e capacità di questi ultimi che si sono dimostrati veramente pronti e rapidi nel ripartire.

Lo strumento più utilizzato è Google Meet ovvero la videoconferenza. Meet è un software semplice, disponibile in italiano, funziona con un normale browser su PC o con le apposite App per smartphone o tablet. Ha pochissimi comandi ed è facile da usare. In una decina di minuti si capisce come funziona.

Con la Suite Google ogni studente riceve un propria account scolastico per cui ha a disposizione tutto l’ecosistema di Google: Gmail, Office, Drive, Calendar, Classroom, ecc.

Ecosistema che può essere limitato dall’amministratore, ad esempio limitando la spedizione e ricezione posta nel solo uso interno e non esterno.

Anche sul fronte privacy non c’è da preccuparsi in quanto, come precedentemente detto, risponde ai requisiti del MIUR e anche il garante della Privacy ne ha ammesso l’uso.

Tecnicamente di strumenti ce ne sono e molti rispondono alle specifiche richieste. Dal punto di vista tecnico non manca nulla.

Manca molto dal lato know how soprattutto casalingo. Se è vero che molti sanno andare su Facebook per esprimere i loro giudizi verso le mancanze della scuola è altresì vero che spesso gli stessi sforzi non si vedono applicati per sostenere i propri figli nella didattica a distanza. E vi assicuro che è veramente semplice. Basta anche meno di un poco di zucchero…

Chiaro che non è e non sarà la soluzione finale ma è una soluzione d’emergenza.

A noi famiglie è chiesto di aiutare i nostri figli.

A noi insegnanti è chiesto di trovare nuove forme di didattica.

A noi “smanettoni” nerd di supportare entrambi con le nostre capacità.

Ovviamente serve un grande aiuto da parte dello Stato che deve provvedere, secondo me, a:

  • fornire a tutti un accesso a internet gratuito e prestante;
  • fornire a tutti coloro che ne hanno bisogno l’hardware necessario per utilizzare gli strumenti informatici esistenti;
  • identificare nuove soluzioni e forme per la didattica che permettano da un lato la sicurezza e allo stesso tempo un luogo specifico che non sia quello domestico.

Scuola è anche un luogo dove gli alunni possono vedersi, confrontari e apprendere non solo nozioni didattiche ma anche lezioni di vita. Di queste ultime hanno bisogno tanto quanto le prime. Non si deve dimenticare la funzione sociale del luogo scuola che non potrà mai essere sostituita da un software, sebbene oggi i social network sembrino affermare altro, almeno per noi adulti.

La scuola, come luogo fisico, è il social network reale da cui nasce tutto e come tale deve rimanere.

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