Ammetto che avevo delle aspettative altissime sulla nuova serie Curon in onda su Netflix dal 10 giugno 2020. Vuoi perché i presupposti c’erano tutti o meglio ce n’era uno e molto convincente: il campanile semi sommerso del lago di Resia che si trova di fronte al piccolo abitato di Curon, Graun in lingua locale, “ridente” frazione di poco più di 2000 anime della alta Val Venosta. Campanile che è sicuramente un elemento affascinante e misterioso per costruirci sopra molte storie fantastiche. Il campanile è sommerso dal 1950 insieme al vecchio paese di Curon per costruire la diga del lago di Resia da parte di Montecatini per alimentare la centrale elettrica. Vicenda non priva di polemiche al tempo. (leggi qui la storia)

Il campanile oggi è un simbolo della valle e anche una nota meta turistica.

Ma torniamo alla serie di Netflix. Come detto mi aspettavo qualcosa di alto livello, tipo Dark o Les Revenants, invece sono bastati più o meno 5 minuti di scene per capire che il livello era molto, molto, molto più basso ai limiti dell’imbarazzante. Per chi è abituato a guardare serie TV basta poco per percepire di che tipo di prodotto si tratta. Personaggi e dialoghi improbabili, così come le situazioni, la recitazione, la sceneggiatura, la regia e pure la musica non reggono.

Lasciamo pure perdere l’assurdo fatto che a Curon, paese con 2000 anime composto dal 97% di abitanti di lingua tedesca, ci possa essere un liceo. Dimentichiamo che non viene minimamente considerato il fatto che la Provincia di Bolzano ha una popolazione bilingue e pertanto l’ipotetico liceo sarebbe in lingua tedesca dove due milanesi non si troverebbero decisamente a loro agio. “Sorvoliamo” sul fatto che un drone abbia una batteria che alimenti il GPS e il sistema di trasmissione per ore e ore.

Chiudiamo gli occhi di fronte alla banale scena di autoerotismo della ragazzina, per non parlare della reazione della madre e della scontatezza del bacio saffico con l’amica appena consciuta. Chissà perché nell’universo mentale maschile ci deve essere il collegamento tra masturbazione feminile e amore saffico. Mah un mistero.

Non consideriamo che ragazzini di 17 anni girano con mega SUV e macchine nuove e si ritrovino a fare rave party con LED e alcoolici come se non ci fosse un domani. Ma suvvia, un po’ di probematiche adolescenziali “teen” non guastano mai.

Proseguamo con la fiera degli sterotipi con la figura del burbero nonno, la porta che non si apre, i rumori della casa, l’ululato del lupo, ecc. ecc.

Tutti questi elementi sono stati messi in un frullatore senza però avere una idea chiara di cosa dovrebbe saltare fuori.

Il risultato è una prima puntata deludente, banale, amatoriale e che non convince neanche un po’ soprattutto di fronte al panorama di produzioni di ben più alto livello. E non basta certo il “campanilismo” di essere altoatesino per continuare a guardarla.

Mi viene quasi il dubbio che, considerando i fior fior di quattrini (766.000 euro) che la nostra provincia investe per finanziare le produzioni cinematografiche sia stato confezionato un prodotto “tanto per”.

Magari la storia che c’è dietro è pure interessante.

La locandina di Curon – occhio ai riflessi nell’acqua.

Tutto è facilmente intuibile dalla locandina della serie, dove i due fratelli immersi fino alle gambe nel lago di fronte al campanile, hanno un riflesso diverso rispetto alla loro posizione.

Si parla di doppi dunque, comunque si capiva anche dalle prime scene con l’uccisione della madre.

Alla mia età stare sveglio davanti alla TV richiede ritmi cinematografici e stimoli narrativi che la serie Curon non possiede e comunque temo che l’ultima puntata terminerà con banali risposte e altrettante domande. Risposte che comunque saranno vaghe in quanto si odono voci di una seconda serie di cui francamente non credo che nessuno senta l’esigenza.

Fino ad ora ho letto solo recensioni negative, lette rigorosamente dopo aver visto la prima puntata per evitare di essere condizionato.

Siamo ancora molto (molto molto) lontani da un “Stranger Things” italiano.

Peccato, una occasione persa.

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