Con oggi, 12 giugno 2020, termina la mia prima esperienza come insegnante di laboratorio video presso le prime classi della scuola secondaria, in breve la prima media.

Tutte le settimane per un’ora e mezza ho accompagato i ragazzi nel mondo del video cominciando dagli esordi della fotografia, della cinematografia, tecnica fotografica, tecniche di ripresa, piani, campi, ecc. ecc. Il tutto con tanti esercizi pratici. Ricordo ancora gli occhi sgranati quando al mio esordio ho detto che per il corso “serve il telefonino” ovviamente per via della videocamera o quando l’ultima lezione prima della pausa natalizia ci siamo guardati un film (La fabbrica di cioccolato prima versione) per studiarne le tecniche di ripresa.

L’uso della tecnologia nel campo foto-video è fondamentale e sono stato molto felice e orgoglioso che mi sia stato affidato questo incarico. I ragazzi di oggi hanno a che fare con strumenti che se conosciuti e usati bene possono offrire notevoli vantaggi nel corso della vita professionale e non.

Non voglio abusare di titolo di insegnante, in realtà il mio è un semplice ruolo di esperto in materia. Lo sottolineo perché mi sono reso conto in questi lungo e difficile anno di quanto sia duro ed articolato il mestiere di insegnante e soprattutto che dietro questo termine si nasconde molto più che non il semplice insegnamento.

Sono da più di 10 anni istruttore di subacquea per bambini e sono abituato ad avere a che fare con bambini dai 6 ai 12 anni. Certo è che a scuola, dietro un banco, le cose sono molto diverse.

Ho avuto 14 splendidi ragazzi e ragazze che mi hanno fatto capire molte cose sia riguardo alla scuola sia riguardo mio figlio che frequenta anche lui la prima media.

Ma la cosa più difficile di questo anno è stato il periodo di quarantena Covid.

Una esperienza che spero francamente non si ripeta mai più soprattutto per il bene dei ragazzi.

La didattica a distanza, come direbbe il buon Ugo Fantozzi è come la corazzata Potëmkin…per chi non ricorda la battuta basta guardare il video qui sotto.

E’ stato però un male necessario ed indispensabile dovuto ad un evento eccezionale.

Non si sarebbe potuto fare nulla senza didattica a distanza.

Se ne sono sentite di tutti i colori, tra detrattori ed estimatori. I primi giorni post quarantena era tutto un “ma perchè la scuola non continua con gli strumenti informatici e le lezioni online” seguito dopo poche settimane da “bisogna tornare subtio sui banchi a fare lezioni in presenza“.

Da un lato i genitori alle prese con videolezioni, Meet, Classroom, compiti, allegati, Whatsapp, ecc. ecc. e dall’altro gli insegnanti costretti ad inventarsi una modo di fare scuola completamente nuovo e diverso e ad una tecnologia non sempre facile.

In mezzo però loro, poveri bambini, trasformati in alunni digitali, in pixel, sballottati tra una videolezione all’altra, osservati nelle loro stanze dall’occhio indiscreto della videocamera e da quel microfono che cattura tutti i rumori di fondo della vita casalinga.

Hanno perso la parte più bella, la scuola della vita, il rapporto con i compagni, l’indipendenza e la responsabilità di stare in un luogo con propri coetanei e senza i propri genitori.

E’ diventato tutto sterile nozionismo, sommersi da compiti e ricerche. Indubbiamente induspensabile per poter terminare almeno l’anno scolastico ma non certo piacevole.

Noi adulti, specialmente quelli come me che sono comunque già abituati per lavoro ai rapporti virtuali, non possiamo capirlo ma per loro deve essere stato un vero dramma.

Da un lato i genitori stanchi, dall’altro gli insegnanti preoccupati a terminare i programmi. Senza contare che si è creato un fronte di opposizione, gli uni contro gli altri, come testimoniano numerosi interventi sui social e sui media.

E forse proprio lì abbiamo sbagliato, contrapporre genitori e insegnanti con i bambini in mezzo a questa assurda e futile battaglia.

La politica di certo e come al solito non ha aiutato. Idee poco chiare e ben confuse.

Chi ci ha perso? Un po’ tutti ma soprattutto loro, i bambini, che hanno visto le persone che più sono loro vicine nei primi anni di vita, ovvero genitori ed insegnanti, remare l’uno contro l’altro.

Comunque da un lato è stato un bene aver affrontato questo periodo. Non possiamo escludere che accada ancora e dunque è bene cambiare modo di pensare alla scuola. È indubbio che siano necessarie più risorse alla scuola e all’istruzione.

Ogni tanto leggo e vedo cose sui social che denotano non solo il cosidetto analfabetismo funzionale ma vera e propria mancanza di una cultura di base. La colpa non può essere che della mancata istruzione e forse è proprio il caso di ricominciare potenziando quella che è la miglior arma contro tutto ciò: la scuola.

Più insegnanti, più luoghi dove fare scuola, magari anche più ore di scuola pensata però in modo diverso magari integrando le varie attività extra scolastiche, che comunque i bambini fanno, all’interno del percorso formativo.

Pensare ad una scuola che funzioni sempre e comunque e soprattutto a misura di tutti. Non parlo solo delle disabilità più evidenti, per le quali già ci sono poche risorse, ma anche per quelle più invisibili. Penso agli ADHD, DSA, DOP, APC, ecc.

Nessun bambino è “normale“, ognuno è a modo suo diverso e ognuno ha diritto a ricevere una educazione ponderata al suo livello, capacità e peculiarità.

Non si può pensare di formare tutti con lo stesso metodo. La diversità è la normalità, bisogna prenderne atto.

Chi resta indietro va capito ed aiutato. Questo lo ho imparato anche io in prima persona stando accanto all’insegnante che avevo a fianco durante le lezioni. Una persona dotata di grande umanità e comprensione.

Non c’è un bambino uguale all’altro ed ognuno è speciale a modo suo.

Spero che la scuola possa davvero cambiare dopo questo periodo di quarantena e soprattutto cambiare in meglio anche se purtroppo lo dubito molto.

Non sono mai stato tipo da abbracci e se potessi ritrovarmi in classe ora con i miei ragazzi vorrei poter dire loro che mi è mancata tantissimo la loro presenza, la loro personalità, le loro inquietudini e la loro sete di imparare. Mi manca pure quello che non stava mai fermo e che disturbava sempre, ma che però se interrogato ne sapeva più degli altri.

Vorrei dire loro che nonostante questo periodo non sono solo dei nomi su una lista né dei pixel su uno schermo. Quello è stato un periodo di emergenza, non era la vera scuola.

Buona estate ragazzi e grazie per la vostra pazienza. Noi grandi faremo di meglio, ve lo dobbiamo.

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