In Alto Adige sta facendo molto discutere la scelta dei dirigenti scolastici italiani di non riaprire le scuole per un mese dal 18 maggio. Riaprire le scuole primarie non per attività didattica, beninteso, ma per mero accudimento dei bimbi i cui genitori hanno oggettive difficoltà.

Ho specificato anche dirigenti italiani, in quanto le scuole tedesche riapriranno. Il grande bardo avrebbe potuto trarre molta ispirazione dalle fazioni italiane tedesche della nostra regione, altro che Montecchi e Capuleti.

UPDATE: a quanto pare il diverso atteggiamento delle scuole italiane e tedesche nasce anche da una traduzione diversa della legge (delibera 327/2020 della Giunta provinciale di Bolzano) (scarica pdf). Nella versione italiana si legge (Allegato A, Art. 1 comma 1) che “è possibile offrire un servizio di emergenza” mentre in quella tedesca “planen und bieten die Kindergärten und Grundschulen einen Notdienst” ovvero gli asili e le primarie pianificano e organizzano.

Estratto dalla delibera

Ancora al comma 2 “il servizio può avere inizio” mentre in tedesco “Der Notdienst beginnt” ovvero il servizio inizia.

Due modi di scrivere che non lasciano dubbi, possibilistico l’italiano e perentorio il tedesco.

Va comunque considerato che la delibera della Giunta parte dal presupposto della Legge provinciale n. 4 del 8/5/2020 che “prevede la possibilità” di offrire un servizio di emergenza. “…sieht die Möglichkeit…vor” questa volta la traduzione è corretta. Dal momento che la delibera nasce dalla legge viene spontaneo concludere che la traduzione italiana sia quella più fedele allo spirito della legge.

In questi tre mesi di quarantena è indubbio che per le famiglie sia stata dura, ed ora lo è ancora di più soprattutto per chi da poco ha potuto riprendere a lavorare. Diventa praticamente molto complicato gestire lavoro, figli e didattica a distanza di questi ultimi.

Sono problemi oggettivi, questi come i tanti altri che il periodo di quarantena ha provocato ed ancora provocherà.

Ma quello che in questi mesi ho tristemente riscontrato è l’ingiustificato livore di molti genitori nei confronti degli insegnanti.

Io sono un genitore ma anche un insegnante, non di ruolo, ma un esterno. Questa condizione mi permette però di vivere e comprendere meglio entrambi i punti di vista.

Dalla prima settimana di quarantena si è subito scatenato un malumore verso il sistema scolastico. Perché la scuola non si organizza? Perché non viene attivata la didattica a distanza? Ed avanti con una infinita serie di critiche e richieste verso una organizzazione scolastica che è stata colta inevitabilmente impreparata dalla situazione.

In silenzio e con molta umiltà gli insegnanti si sono rimboccati le maniche e in poche settimane hanno preso familiarità con gli strumenti digitali della didattica a distanza. Hanno imparato nuovi software, elaborato nuovi piani didattici senza una minima traccia e una minima esperienza in materia. In poco meno di un mese sono partite le lezioni a distanza.

Subito molti genitori hanno trovato nuove critiche e nuovi motivi per sfogare la loro rabbia sui social. Tendenzialmente perché si sono resi conto che la didattica a distanza richiede un tempo aggiuntivo per stare dietro ai bambini. Richiede un minimo di conoscenza informatica. Son tutti bravi a lamentarsi sui social, meno bravi se devono gestire due account invece di uno sul pc o il telefono. Potremmo aprire una grande parentesi sul ritardo digitale ma non è questa la sede.

In tutto questo tempo nessuno dei criticoni e pseudo esperti in didattica a distanza ha alzato la mano per dire “come posso aiutare?“.

A dire che non va siam capaci tutti, a proporre soluzioni e metterci la faccia e il proprio tempo decisamente meno. A proposito, sì io sono uno di quelli. Una settimana dopo la quarantena mi sono proposto per aiutare per l’adozione della didattica a distanza e vi ho dedicato (volontariamente) molte ore tra analisi, webinar, corsi, ecc. Quello che mi ha stupito molto è stata la capacità di adattamento ed apprendimento degli strumenti tecnici (a volte non proprio semplici) di tutti gli insegnanti con cui sono venuto a contatto. Sono sincero dicendo che non me lo aspettavo, ma questo si è rivelato un limite mio. Evidentemente c’era dietro una forte motivazione per continuare la didattica e il rapporto con i ragazzi.

In questo tempo gruppi vari di genitori si formavano chiedendo alla classe politica una soluzione per tornare alla didattica in presenza. Ho visto postare immagini di “presunte classi svedesi” che facevano lezione in un parco. Ci mancava solo il mulino che girava e la pubblicità dei famosi biscotti ci sarebbe stata tutta. Una classe composta da 4 bambini in un parchetto portata ad esempio…ma dico scherziamo? Possibile che nessuno si renda conto di come è strutturata una classe tipica in Italia?

Dai 20 ai 25 bambini con un insegnante. Tra questi almeno un 20/30% con un qualche disturbo del comportamento o apprendimento. Tutti nelle mani di un unico insegnante. Ora credo che questo insegnante ci metterebbe la firma per trovarsi con 4 … quattro … bambini in un parco svedese a far lezione all’aria aperta.

Forse c’è un problema di fondo con la didattica…ho scritto forse…ero retorico.

Io stesso ho un figlio plusodotato che necessiterebbe di un supporto specifico per cui negli anni mi sono reso conto di quante poche “armi” abbia la scuola a disposizione per affrontare casi specifici.

È dato tutto in mano alla buona volontà di insegnanti e dirigenti. Per fortuna almeno quello.

Ma è così. Ci preoccupiamo, per coccolare le nostre coscienze, di problematiche a migliaia di km da casa nostra ma fino a che non ci troviamo dentro non siano capaci di affrontare le vere problematiche davanti a noi.

Problematiche che questa situazione ha fatto emergere in maniera preponderante.

Ma il cosiddetto “mainstream” cosa fa? Si accanisce con l’elemento più debole della catena ovvero la figura dell’insegnante.

In seguito al rifiuto dei dirigenti di attivare l’attività scolastica ho letto commenti degni degli hater più velenosi in tutti i settori dello scibile che gli stessi credono di possedere.

In fondo è un grande classico prendersela con i più deboli. Lo si fa da piccoli e non cambia da grandi. Ovviamente sempre fino a che il debole non rientri nelle categorie mainstream da proteggere…l’insegnante no, evidentemente.

L’insegnante, ovvero la persona che si occupa dell’istruzione di vostro figlio, verso cui dovreste portare un giustificato e dovuto rispetto, fa un lavoro, non è un sacerdote che ha avuto una vocazione. Ed è un lavoro duro e il perché lo ho spiegato qualche riga più sopra.

Tuttavia:

se non c’è la didattica a distanza la colpa è dell’insegnante;

se la didattica a distanza c’è ma non funziona secondo le vostre aspettative è colpa dell’insegnante;

se non vi va internet…è colpa dell’insegnante.

E adesso se l’insegnante di rifiuta di fare il baby sitter a vostro figlio è uno che ruba lo stipendio e preferisce starsene sul divano.

Ho letto di tutto e di più. Chi usa toni volgari e chi i toni volgari li condisce con un po’ di buonismo giusto per raccattare qualche consenso in più e non sembrare (così crede) volgare.

Fesserie di commenti e giudizi dati senza nessuna cognizione di causa.

Ma così sono i social network, luoghi dove ognuno è libero di esprimere la propria opinione e se questa è condita di quattro frasi che fanno breccia sulle disgrazie del momento, il gioco è fatto. Piovono likes e cuoricini…dalle stesse persone che 10 minuti dopo mettono lo stesso like all’argomento diametralmente opposto ma venduto altrettanto bene.

Così nascono e si alimentano gli haters, già perché queste persone sono degli haters veri e propri anche se credono di non esserlo solo perché abbracciano una causa che fa comodo a molto. Il babysitteraggio lo è sicuramente di questi tempi.

Certo vorremmo tutti tornare alla normalità ma non è possibile ora e non lo sarà per lungo tempo.

Questo dovrebbe essere un momento per stare uniti non per cercare divisioni. Eppure, gli haters cercano facili consensi in questa situazione. E lo fanno sulle spalle dei più deboli, gli insegnanti.

Questi ultimi hanno tutta una serie di motivazioni per non accettare certe condizioni. Magari non sono tutte motivazioni forti ma io mi chiedo: VOI LO FARESTE?

Dubito.

Gli insegnanti non sono né infermieri né dottori né badanti dei figli altrui.

In pochi capiscono che questa non è una battaglia e non bisogna necessariamente cercare un amico o un nemico.

Sarebbe ora di smetterla di seminare odio a vuoto e parlare di soluzioni concrete.

Soluzione che sì pensino al bene dei bambini ma che riescano a conciliare anche le esigenze dei genitori e il bisogno di garanzie degli insegnanti.

Mettersi a confronto, mondo della scuola, necessità dei genitori e magari anche tra diversi gruppi linguistici.

Ma no non avverrà, state tranquilli. I gruppi politici vivono di questi dissensi ed ognuno cerca di accaparrarsi l’uno o l’altro consenso.

Questo della scuola è l’ennesimo esempio dove si è perso il lume della ragione. Non si discute su come risolvere il problema ma sulle inevitabili conseguenze dello stesso.

Non si arriverà da nessuna parte. Seguiranno fiumi di post contro gli insegnanti perché il trend adesso è così. Andare controcorrente costa, soprattutto perché bisogna metterci l’impegno personale.

Ma in fondo non sono questi i problemi. Meglio spendere tempo e risorse per trovare soluzioni alla ripresa del campionato di calcio. Che sarebbe anche un bene, almeno una larga parte di haters potrebbe sfogarsi in altro modo.

Considerando poi che la maggior parte delle insegnanti sono donne mi stupisco anche della poca presa di posizione di quelle che fanno della (giusta) lotta contro la parità di genere. Un silenzio quasi imbarazzante. Anche perché è una battaglia donna contro donna. Madri contro insegnanti. Astenersi maschi perditempo, please.

Poi però preoccuparsi perché è stata rimossa una panchina pitturata di rosso, quello si che è fondamentale.

Ma quello che sta avvenendo nei confronti delle donne insegnanti non è forse un atto di violenza?

Secondo me abbiamo perso la bussola e non sappiamo più da che parte andare. Io tendo a giustificare tutti perché credo che questo periodo ci abbia sfiancato sia fisicamente che emotivamente. Ma forse la politica dovrebbe riflettere e fare quello che è chiamata a fare: un confronto sereno e pacato e non un accumulatore di latente violenza sociale.

Chiudo riportando il comunicato redatto da degli insegnanti (che condivido) delle scuole contro la riapertura:

Onorevoli,

La presente per richiedere la Vostra Attenzione ed il Vostro Intervento. 

In base alle ultime disposizioni provinciali gli insegnanti della Scuola dell’Infanzia e della Scuola Primaria della Provincia di Bolzano sono chiamati a svolgere un servizio di emergenza e garantire, dal prossimo 18 maggio 2020, la sorveglianza a gruppi di bambini. 

Ci rivolgiamo a Voi per invocare il Vostro intervento in una situazione che per la Scuola si sta già rivelando disastrosa, nella quale scelte politiche locali affrettate stanno creando incolmabili fratture nel tessuto sociale: tra gruppi linguistici italiani, tedeschi e ladini e tra forze politiche in disaccordo con tutto ciò che la Scuola rappresenta. 

Scriviamo per proteggere i bambini, le famiglie e la società tutta. 

Siamo chiamati in servizio, senza che ci vengano forniti i protocolli di sicurezza e soprattutto i mezzi per ottemperare il compito che ci viene imposto. Si fa appello alla nostra solidarietà umana, per contribuire alla ripartenza dell’economia locale, ma a livello nazionale giungono messaggi di cautela e rigore.

Ci viene chiesto di rientrare a scuola sulla base di scelte improvvisate, dettate dal desiderio di ottenere un consenso popolare che, purtroppo ed inevitabilmente, svanirà al sorgere della prima criticità…

ma in questo momento non si possono effettuare scelte azzardate!

Non si può improvvisare quando si rischia di ledere la salute pubblica! 

Ed allora ci chiediamo: 

perché riaprire le scuole quando ancora l’OMS mette in guardia sulla delicatezza della “Fase 2”? 

Anche noi insegnanti ci auguriamo di tornare alla normalità il prima possibile, ma questa disposizione provinciale non garantisce un rientro in sicurezza! 

Come rientrare senza prima aver informato le famiglie sui criteri ed i rischi di questa scelta?

Come rientrare senza prima aver predisposto rigidi protocolli di sicurezza per gli alunni e per le loro famiglie, per i dirigenti, per gli insegnanti, per i collaboratori all’integrazione, per il personale delle segreterie e per quello ausiliario? 

Come rientrare senza che i genitori abbiano firmato una sottoscrizione per il sollievo da ogni responsabilità?

Come rientrare sulla base delle autocertificazioni dei genitori che dovrebbero garantire lo stato di salute dei propri figli e la sicurezza dei loro contatti con terzi?

Spesso noi insegnanti ci siamo trovati nella condizione di doverci appellare alla nostra responsabilità, alla nostra capacità di reazione e soluzione di problemi, facendo leva sulle nostre forze, su quella del collega che poteva correre in aiuto in caso di incidente, di infortunio, di pericolo. Ora, oltre a tutto quello che di imprevisto normalmente accade in una classe normale, nella vita normale, ci troviamo a dover fronteggiare una situazione sconosciuta, di emergenza globale, che richiede attenzione, ponderatezza e scelte condivise tra personale politico e sanitario. 

Interagiamo con bambini piccoli: su chi graverà la responsabilità della loro salute? Non lavoriamo in uffici, non siamo separati da barriere di plexiglas, non riusciamo a mantenere i bambini fermi e distanziati per ore! 

Quale protocollo dovremmo attuare nel caso in cui un bambino cadesse? Quale procedura dovremmo seguire se un bambino si togliesse la mascherina, stesse male, fosse stanco, avesse fame, o semplicemente avesse paura se non possiamo avvicinarci? I bambini di questa età non sanno proteggersi da soli! Non sono consapevoli del pericolo quando si muovono nel mondo che li circonda, quando toccano gli oggetti, giocano, si relazionano!

Noi insegnanti abbiamo imparato a svolgere spesso molti più compiti di quelli previsti dal nostro ruolo professionale e mai ci tireremmo indietro, se credessimo in ciò che ci viene chiesto di fare! 

Insegnare è una scelta grande e profonda che investe tutta la Persona Insegnante e proprio come Insegnanti Persone ora chiediamo di non essere chiamati! 

Chiediamo di rimanere fermi per andare avanti, tutti insieme quando la strada sarà protetta, quando andare avanti significherà non lasciare indietro nessuno.

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